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I miti del XX° secolo
Mito, leggenda... leggenda, mito: qual'è la linea di demarcazione che le divide? La realtà fino a che punto si può spingere nell'elevazione a simbolo e a guida spirituale di una persona del passato? Tante volte ci si sente così fortemente attratti dalle grandi gesta e dallo stile di vita di un personaggio storico o leggendario da arrivare a desiderare di essere vissuto al suo tempo o di poter essergli stato compagno d'avventure in un'occasione qualsiasi, per poter poi conservare nel cuore il ricordo di quell'impresa. Poter dire: io c'ero, io gli ho stretto la mano, io ho chiacchierato e bevuto un bicchiere con lui alla sua salute.
Io non ho mai conosciuto personalmente nè Barighin (al secolo Emilio Storchi Fermi) nè Vic (ossia Vittorio Vicenzi): il primo morì quando la mia presenza sul pianeta terra non era neppure programmata, cioè nel 1975 (io sono nato nel 1979), il secondo s'involò verso i campi Elisi di antica memoria nell'ottobre del 1999 (quando io ventenne entravo nella grande famiglia di San Martino in Rio e lui era già malato e ritirato a vita privata da tempo).
Eppure mai come in questo periodo ho vissuto la divorante passione per le vite e le "gesta", appunto, di questi due personaggi. Una domanda, un aneddoto, una storia: al Museo dell'Automobile ognuno ha qualcosa da raccontare. E ogni "pezzo" di questa storia va immancabilmente ad alimentare nella mia anima la "leggenda"...
Credo che tutto sia cominciato un venerdì sera al Museo: si è tirato tardi (come sempre al venerdì) chiacchierando di bielle e pistoni, qualcuno, verso mezzanotte, si è incamminato verso un materasso. Ma già da qualche minuto, Egidio e Sandro rimembravano e rivivevano con le parole la vita di Barighin e Vic. Non sono riuscito a staccarmi dalla sedia fino alle 2: le parole dei due mi tenevano inchiodato e mi affascinavano in una maniera tale da rendermi incapace di descriverla a parole. 
Barighin... un uomo d'altri tempi: un individuo con una forza di coinvolgimento inimmaginabile, una capacità di convincere le persone innata, una faccia "alla quale non si riusciva a dire di no", un uomo che faceva cadere ai suoi piedi qualsiasi donna, uno che (su questo tutti sono d'accordo) non ha mai lavorato in vita sua, ma è sempre stato vestito alla moda, elegante, nobile e signore!
Un mito, una leggenda! Fu l'uomo del miracolo automobilistico sammartinese: girava l'Italia in lungo e in largo alla caccia di "rottami" da portare a San Martino, foraggiato da Domenico Gentili (m. nel 2001), eminenza grigia della raccolta.
Con uno stratagemma che ben descrive la sua astuzia, acquistò presso un demolitore la Auto Avio 815, la prima auto costruita da Ferrari: la vettura stava per essere distrutta, Barighin capì che macchina era quella che aveva davanti e fece la sua proposta al demolitore. "Facciamo finta che la macchina sia tutta d'alluminio (che costava più del ferro, n.d.r.): ecco, gliela pago a prezzo d'alluminio..." Pensando di trovarsi di fronte a un ricco squilibrato, il demolitore non ci pensò su due volte e fece "l'affare": chissà quante volte si sarà mangiato le mani in seguito....
Partecipava a tutte le aste d'Italia dove venivano battute automobili, comprava al prezzo più alto per potersele aggiudicare (sempre coi soldi di Gentili) rendendosi ridicolo agli occhi degli altri compratori che reputavano insensato acquistare negli anni '50 i rottami degli anni '20... Lui e Gentili: pionieri dell'automobilismo d'epoca, precursori della caccia all'auto d'epoca con 20 anni e passa d'anticipo sui tempi!!!
Il lavoro di raccattatore di automobili lo svolgeva alla perfezione: aveva trovato il modo per fare la bella vita senza dover faticare eccessivamente.
A posteriori, appare come uno di quei personaggi descritti da Giovannino Guareschi nei suoi racconti: grande Gatsby, inventore, animatore, organizzatore... tutti questi epiteti, affibiatigli nel corso dei decenni, gli calzano a pennello.
Eppure, in tutti i racconti, si trova una grande ammirazione per la forza, la volontà, il fascino magnetico di quest'uomo che, seppur pieno dei difetti e delle debolezze di ogni essere, rendeva oro tutto ciò che toccava. E la cui storia ancora adesso fa parlare e pensare il sottoscritto.
Proprio questa grande forza trasformò San Martino e Barighin in esempi da imitare nel settore del collezionismo d'auto: il collezionismo autentico, avulso da ogni logica commerciale e lucrativa.
Mille iniziative, mille scampagnate, mille improvvisate: Barighin inventava ogni volta un modo diverso per potersene andare spensierati con le auto d'epoca.
Epiche traversate di passi alpini, incredibili raid oltre cortina, gite fuori porta... quante ne ho sentite? All'inizio quasi non credevo che fosse possibile (San Tommaso docet!), ma poi ho visto le fotografie...
Auto, divertimenti, belle donne: Barighin fu solo questo? Non credo proprio. Forse non si rese conto dell'importanza che la sua vita ebbe su tante altre vite, dell'influenza che il suo modo di vivere ebbe nel condizionare contemporanei e posteri a San Martino e non solo. La sua storia, come quella di tanti altri uomini, è una storia di tutti i giorni: è un'umana vicenda che nella sua realtà sembra incredibile e la rende "mito". Ma proprio questo mito, accende la fiammella della passione ancora oggi in tanti visitatori e frequentatori del Museo, proprio come accade a me quando sento un aneddoto nuovo sul suo conto. E tutti assieme (gli aneddoti, le storie, i fatti, le auto, le foto) mi fanno pensare di aver conosciuto Barighin come un amico e di essere stato presente quando trovava, parlava, guidava, organizzava..
Vic... ecco un altro mito! Se Barighin era l'anima "pratica" e "commerciale" (nel senso buono del termine), Vic era l'incarnazione della passione e dell'aspetto "spirituale" e irrazionale del Museo.
Sammartinese d'adozione (era originario di Bologna), giornalista, vignettista eccezionale, scrittore: dalla sua mano sono usciti disegni, manifesti, il simbolo del Museo e quello della Scuderia; dalla sua mente sono state partorite le iniziative più originali, le idee più balzane, continuazione ideale di quell'eredità che Barighin lasciò dopo la sua morte. Quando una rivista d'auto d'epoca ripercorse a bordo dell'Itala il raid Pechino-Parigi del 1907, Vic propose il raid Pachino-Paraggi (rispettivamente in Liguria e in Sicilia): il manifesto (stupendo!) è ancora affisso al Museo.
Nei periodi bui del Museo, quando l'opera di Gentili e Barighin sembrava destinata a scomparire, Vic spronava a tenere duro.
Come Barighin, questo individuo è controverso: dai racconti che ho sentito (anche qui, tantissimi e pieni di ammirazione) traspare l'immagine di un uomo di straordinaria intelligenza. Eppure, nuovamente, i difetti dell'uomo ci sono... lunatico, spesso restio alle innovazioni. Un uomo ostinatamente legato alla tradizione.
Nelle serate passate al Museo a chiacchierare, era capace, mentre parlava, di disegnare nel minimo dettaglio ogni macchina che veniva citata. Così come era in grado di sorridere di fronte alla sventura. Il racconto che mi ha fatto Cesare è decisamente esilarante.
Lago di Garda, Vic guida e Cesare è al suo fianco: la comitiva delle auto si ferma e i due scendono. Inavvertitamente, Vic non tira il freno a mano e, mentre lui e Cesare s'incamminano, la macchina si muove da sola e finisce dritta nel lago! Terrore generale, vengono chiamati i pompieri per tirarla fuori. Ma nell'attesa, Vic dà spettacolo e dice: "Guarda, guarda! I pesciolini... Guarda come si divertono dentro l'abitacolo... Guarda che carini!"... E le luci della macchina rimasero accese anche in acqua, tanto che Vic propose a Cesare una scommessa: "Se la macchina si accende quando esce dal lago, tu diventi Lancista come me, da Alfista che sei!" Cesare, accettò: ed è ancora Alfista, visto il pessimo risultato ottenuto dal tentativo di far ripartire il motore fradicio!
L'automobile è connubio tra forme e meccanica: ebbene, per Vic non era così. Per lui ciò che contava era soprattutto la linea, la forma... tanto che sulle sue vetture arrivava addirittura a non fare la normale manutenzione che ogni auto necessita! Fuse il motore della sua Itala del 1920 proprio per questo motivo, il volante dell'MG TC una volta gli rimase in mano...
E di nuovo mi sento vicino a un uomo grandissimo: grande anche nella sua sregolatezza, che però non intaccava minimamente la sua fantasia e la sua genuina e autentica passione per le automobili.
Per concludere: due uomini, due miti.
Quello che li circonda è proprio la leggenda che, come dicevo all'inizio della pagina, mi fà rimpiangere di non essere nato qualche anno prima e aver potuto stringere la mano a entrambi.
Ma spero che questo ricordo possa essere significativo per tutti coloro che l'hanno letto pur non conoscendo, esattamente come me, i protagonisti della storia.
E spero anche che le loro anime, ovunque siano, possano compiacersi vicendevolmente di aver avuto questa capacità d'attrazione anche a distanza di tanto tempo.
Lorenzo Fanticini
Scuderia San Martino |