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Qualcuno, a San Martino in Rio, ricorda ancora l'arrivo delle primissime macchine del Museo dell'Automobile.
Dice: era il 1956.
Qualcun altro giura che si trattava di un anno prima o di un anno dopo... santa fatica della storia: riscavare nei giorni e nella memoria fra i nebulosi, o a volte straordinariamente lucidi, ricordi degli anziani e compulsare sbiadite, e a volte sbagliate, carte. Pero è cosa necessaria. Anzi, ormai è indispensabile, visto che questo benedetto Museo è alla sua quinta (o sesta, o settima od ottava) vita: araba fenice del ventesimo secolo, risorgente, ogni volta, dalle sue ceneri. (Sembra che già batta le ali verso l'avventura e la gloria del ventunesimo).
Siamo dunque poco oltre la metà degli anni cinquanta ed una "Regina d'Africa" (cioè un autotreno 634 Fiat, cosi chiamato per il suo buon servizio nella colonizzazione abissina), annunciandosi con l'ansimo del suo vecchio diesel e lasciandosi dietro la nuvola puzzolente dello scarico, giunge dalla Via di Modena alle porte del nobile paese di San Martino in Rio (è sempre quella memoria del 1956 che registra). Fra motrice e rimorchio tre sono (erano) i veicoli trasportati.
Quali? La memoria si confonde un poco... ma di uno con certezza possiamo stabilire l'identità: una macchina il cui fianco "cedeva alle dita", cioè non era di lamiera, bensì di tela, verniciata ridicolmente a scacchi bianchi sopra una tinta marrone!
Era, quindi, quell'esemplare di Fiat 509 berlina tipo Weymann (cioè con la scocca in legno ricoperta di tela, per una maggior leggerezza dell’insieme) e che a tutt’oggi fa parte della raccolta privata Manfredini - Cigarini, a Prato di Correggio.
| Barighin e Sandra Milo davanti al Museo. Negli anni '60 San Martino divenne meta di personaggi dello spettacolo e della politica. Alcuni registi vennero a girare film e cortometraggi in zona e spesso usavano le vetture del Museo |
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In altri viaggi la "Regina d'Africa" ed altri camion portarono a San Martino in Rio qualche dozzina di vecchie automobili.
Perché?
Domenico Gentili
(deceduto nel novembre 2001), bolognese, le aveva raccolte in qua ed in là per l'Italia, radunandole nei cortili e sotto le tettoie della sua ditta (il saponificio Panigal di Borgo Panigale); ma, visto che ormai non ci stavano più, aveva scelto l'ospitalità offertagli da Giulio Campari, il compianto titolare della "Campari & C.", (che alla Panigal era legato da un contratto per la fornitura di grasso animale) e l'amicizia di "Barighin", cioè Emilio Storchi Fermi, l'indimenticato sammartinese simpaticamente noto per essere stato un eccellente calciatore.
Da quel tempo la collezione, dopo aver abbandonato le rive del Reno ed oltrepassato quelle del Panaro e della Secchia, per un ventennio visse e prosperò ai bordi del Tresinaro.
Ora è il momento di parlare di Barighin, una specie di "grande Gatsby" all'italiana (anzi, all'emiliana) straordinario soggetto, dotato di fantasia e spirito tali da imprimere, al complesso della collezione ed al suo valore potenziale, un marchio originale tuttora, a quasi trentacinque anni dalla sua scomparsa (1975), riconoscibile tra tutte le consimili iniziative del settore.
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La Auto Avio Costruzioni 815 all'interno del Museo. Barighin la rintracciò a Milano in piazzale Loreto presso uno sfasciacarrozze. Giaceva là in disparte perchè la carrozzeria in prezioso (per l'epoca) alluminio avrebbe dovuto essere asportata prima dell'estremo rito sacrificale. Barighin la comprò a peso d'alluminio e così salvo la prima creatura di Enzo Ferrari |
Prima di tutto, nelle macchine d’epoca di San Martino in Rio egli fece confluire quella istituzione (non registrata, non legittimata, non legalizzata, mai burocratizzata) che ancor oggi risponde al nome di Scuderia San Martino.
Di essa facevano parte, oltre a Barighin, tutti quegli amici, sammartinesi e non, che in qualsiasi momento fossero pronti a folleggiare, con macchine e non, fedeli ad una antica vocazione sammartinese al divertimento ed all'avventura (una specie di simpatica goliardia paesana).
Dette, poi, impulso alla raccolta, ovvero al salvataggio ed alla messa in circolo di centinaia di "pezzi", scovati un po' dappertutto.
Cosicché, mentre questa specie di "raccolta-museo" (ancora del tutto museo non poteva chiamarsi) andava riempiendo sempre nuovi e fortunosi locali, a decine favolosi ed inauditi esemplari approdavano a San Martino, reperiti da Barighin in ogni parte d'Italia (rendendosi ogni volta più precario il già precario ricovero). Di molte sedi i sammartinesi hanno ancor vivo il ricordo; e noi, per dovere di cronisti, ne facciamo l'elenco:
- i cortili e le tettoie della "Campari & C.", nella sua vecchia sede in Via per Reggio;
- nei magazzini della "Campari & C." che erano situati nella casa di via San Rocco (quella dai portici con altissime colonne a zampa di elefante);
- presso la fabbrica di motozappe dei fratelli Bonini;
- nel chiostro del Convento dei Frati Cappuccini;
- nel capannone dell'ex Cantina Barigazzi (quello prospiciente il campo sportivo);
- nel capannone, in disarmo, della "Vinicola", che oggi non esiste più.
In breve, San Martino in Rio diventava uno dei più importanti centri nazionali ed europei del collezionismo. La visita alle successive sedi di questo "museo sui generis" fu d'obbligo per chiunque si affacciasse alla nuova disciplina; i pellegrini venivano anche dall'estero. Il buon Eldo Lirani, che da Barighin aveva accettato l'incarico di «guardiano-factotum», era costretto a trottare tutto il giorno, e spesso anche la notte, per assistere ed accompagnare appassionati visitatori, comitive provenienti da ognidove ed in ogni ora.
Barighin, dal canto suo, "pompava" relitti d'epoca da ogni parte d'Italia, movimentando alla ricerca, alla raccolta, al trasporto, e, infine, al restauro decine e decine di persone.
Ancor oggi alcune delle automobili del vecchio Museo rimaste fra noi recano, nelle targhe, la denuncia della loro lontana provenienza: Palermo, Napoli, Siracusa, Lecce...
La movimentazione di tanti veicoli consentiva una sempre miglior strutturazione della collezione attraverso cessioni e scambi con altri collezionisti, e suggeriva alcune operazioni di restauro nelle quali si distinse, sopra tutti, Giacomo Trullo.
Ma ritorniamo al capannone della "Vinicola", cioè alla sesta (o settima) "vita" di questo benedetto museo, e diamo un'occhiata verso il tramonto del sole, là dove sta nascendo il villaggio "artigiano" (siamo già a metà degli anni sessanta), cioè là dove gli artefici di nuove piccole industrie ricevono la concessione di terreno per la costruzione di capannoni...
3 novembre 1963: il Comune approva il progetto di un capannone da adibirsi a ricovero della collezione, cioè a Museo vero e proprio.
La ditta Valli lo costruisce. Il 1° settembre 1966 Barighin ed i suoi amici mettendone in moto alcune, spingendone parecchie e rimorchiando quasi tutte le altre, conducono nella loro sede definitiva (fra capannone e barchessa chiusa, sono circa 1.000 metri quadrati al coperto) un centinaio tra vecchie automobili, motociclette, biciclette, carrozze, carri agricoli, ecc. Inizia l'ennesima vita della "araba fenice".
Sono trascorsi più di cinquantanni da quella prima carica di automobili sul vecchio 634, e quasi quarantacinque dal giorno in cui la grande avventura del reperimento del pezzi trovò il suo definitivo ordinamento in un apposito fabbricato. Ebbene, in tutto questo tempo il nostro beneamato Museo ha vissuto la sua grande ora tempestosa: in una calda sera del giugno 1975 Barighin si spegneva accanto alla sua ultima Ardea (assieme agli amici ne aveva salvate dalla demolizione almeno una dozzina), improvvisamente ed inaspettatamente, davanti a quel Bar Sport che era stato, tra un viaggio e l'altro, luogo di convegno d'appassionati: in una parola la sede della Scuderia e della direzione operativa del Museo.
Nello spazio di pochi mesi il Museo, che già da qualche anno aveva ridotto i suoi effettivi accorciandosi e lasciando, per circa un terzo, spazio ad un'officina meccanica (eterno, incessante travaglio di tutte le opere umane), si vuotava; il materiale, tranne una dozzina di pezzi, si trasferiva a Panzano (Modena) e solo restavano, come cocenti ceneri dell’ "araba fenice", la barchessa (che tuttora fiancheggia il Museo) colma di "pezzi" (in più parte già della prima collezione ed in parte di altre collezioni più recenti) ed un locale di circa centocinquanta metri quadrati di proprietà Vellani a breve distanza dal Museo.
Gli eredi di Barighin hanno tenuto duro. Superato lo smarrimento, il dolore della perdita, lo stato confusionale di quei giorni (nei quali, come sempre accade, fu dato a tutti d'assistere al tristissimo spettacolo degli "avvoltoi"), non appena, verso la fine del 1981, divenne libero lo spazio già occupato dall'officina meccanica, lo bloccarono e, a forze riunite, ridiedero vita ad un Museo, più piccolo sin che si vuole (lo spazio bastava per una trentina di macchine), ma ora strutturato non più su di un'unica grande collezione, bensì sulle minori raccolte di una dozzina di amici (qualcuno anche con una sola automobile).
Si rafforzò la natura "Scudiera" anche se si indebolì la forza "museistica". Ma il materiale disponibile era sufficientemente valido sia per rappresentare, museisticamente parlando, a grandi linee l'evoluzione del mezzo meccanico nel tempo, sia per costituire un utilissimo strumento di manifestazioni, rallies, mostre itineranti, cioè uno splendido gioco per il tempo libero. In definitiva un'araba fenice risorta dalle ceneri e, verosimilmente, più protetta, nei confronti di eventuali nuovi incenerimenti, dall'esistenza di una moltitudine di "padrini".
| 31 Maggio 1968 prima rievocazione storica della 1000 Miglia. Le vetture del Museo di San Martino partecipano numerose. In primo piano l'Alfa 1750 di Barighin e del conte Ferniani |
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Un cenno, a questo punto, merita l’attività della Scuderia che, con il Museo, è ormai nota in tutto il mondo del veicolo d'epoca in virtù delle innumerevoli pubblicazioni del genere enciclopedico che, nel corso degli anni, hanno ospitato fotografie di esemplari, citando fonte e luogo.
Ma fra le cento uscite, memorabili restano quelle del Rally della Amicizia italo-yugoslava del 1969, che portò circa cinquanta automobili da Gorizia a Lubiana e a Zagabria con centoventi partecipanti; il magnifico Rally Mare e Pineta al Lido di Spina con, più o meno, la stessa partecipazione; la bellissima gita di due giorni a Gatteo Mare, ospiti di Ivo e di Iva (Hotel Rosenthal, ora Portobello) e infine (e sempre durante la gestione dell'indimenticabile Barighin) il Rally ai Bagni di Lusnizza (Udine), nel 1972, con circa cinquanta equipaggi.
Viaggi, anzi, avventure che hanno portato nel mondo il nome del nostro piccolo paese, con in più l'allegria connaturata con il nuovo e originalissimo strumento: le automobili d'epoca.
Il futuro incomincia tutte le mattine. Voltandoci indietro a ricordare il trascorrere dei giorni, ora sereni ora dolorosi, quanto mai instancabile è stato, occorre constatarlo, il rotolare di queste nostre vecchie, decrepite ruote che, con l'inarrestabile trasmutarsi delle stagioni, le esaltanti primavere, le scoppianti estati ed i colorati autunni (gli inverni servivano ai restauri, alle riparazioni, alla preparazione dei programmi) hanno intrecciato come una danza che non finisce mai d'inebriare, stringendo insieme con forti vincoli di amicizia e fraternità gli uomini della Scuderia ed i loro amici vicini e lontani.
E domani..........
Domani ci saranno ancora, e ancor di più, vita e festa per noi e per le nostre vecchie caffettiere. Perché sono state loro stesse, strumento nelle nostre mani, a creare sempre nuovi stuoli d'ammiratori, di appassionati, di collezionisti.
Più di duecentocinquanta pezzi di tutti i Clubs e delle raccolte d’Italia provengono da San Martino in Rio e, forse, ad altrettanti amatori di oggi si è accesa la fiammella in petto durante una visita al nostro Museo o al passaggio della Scuderia.
E due, inoltre, sono le buonissime ragioni in più per bene sperare: il prevedibile ampliamento del tempo libero e l'altrettanto prevedibile necessità, prossima futura, di coltivare sempre più quelle attività che rappresentano per l'uomo, bene o male, una salutare, anche se breve, fuga dalla realtà.
In ricordo di Vittorio Vicenzi (VIC), scomparso nell'ottobre del 1999 e indimenticabile "anima" del Museo e della Scuderia San Martino, autore di queste bellissime parole.
Museo Oggi
Nel 1993 si è proceduto ad un ampliamento più che doppio della zona espositiva, ricavandone anche un locale ad uso ufficio, un servizio igienico che non fosse un "cesso", adeguamento alle norme di sicurezza. Oggi il Museo contiene una quarantina di vetture, una decina di moto e sidecar, una biblioteca storica, un archivio fotografico e supporti multimediali.
Offre visite a scuole, turisti ed è entrato a far parte della Motor Valley, la Terra di Motori della Regione Emilia Romagna, cuore pulsante del motorismo storico e sportivo ed è federato ASI per quanto riguarda le collezioni motoristiche.
E' sede della Scuderia San Martino, club federato ASI. Se il Museo conserva le vetture, la Scuderia le fa muovere.
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La sede come si presenta dopo l'ampliamento |
| La nuova ala costruita nel 1993 |
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La vecchia ala, parte del sito originale della costruzione del 1963 |
| Le moto ed i sidecar |
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Forse cento o, forse, anche più, sono le manifestazioni inventate, realizzate, portate a termine (e sempre con una grande, allegrissima confusione) dalla Scuderia con il Museo; sia nell'era, chiamiamola così, antica o preistorica (il tempo della raccattazione), sia in quella medioevale (con le vetture già in qualche modo ordinate, ad esempio nella Cantina Barigazzi); sia nell'evo moderno (primo Museo); sia nell'era o evo di mezzo (... dominazione straniera: resistenza carbonara nella barchessa e nel locale di Romano Vellani) e, infine, nella rifiorente realtà risorgimentale: oggi.
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La vinicola alla fine degli anni'50. Si riconoscono la Zedel, l'Alfa, l'Isotta Fraschini, la Rolls Phantom, un Coppadoro e la Chiribiri
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Sono passati dal nostro paese circa quattrocento tra automobili, tricicli a motore, motociclette ed altri svariatissimi veicoli d'epoca:
non poteva non nascere il desiderio, di tanto in tanto, di un qualsiasi ripristino.
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