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Raduni, incontri, adunate, manifestazioni e chi più ne ha più ne metta. La parola "Museo" evoca cose morte, da ricordare, sembra la visita sulla tomba del defunto. Cose statiche da ammirare e pensarle, costruire su di esse il tempo e l'ambiente passato. Il Museo dell'Auto di San Martino si distacca da questa concezione fredda e da sempre fa rivivere i brividi e le emozioni di un tempo uscendo dal proprio guscio: una sorta di "museo itinerante".
La materia prima non manca: le automobili che per definizione sono appunto auto mobili (è sempre bene controllare che ci sia un autista alla guida). Ma tutti sanno quanto sia difficile mantenerle in piena efficienza, cambiare l'olio, le candele, pulire il carburatore, ingrassare, smontare, controllare e rimontare, riempire i serbatoi, gonfiare le gomme, le parolacce che scappano quando il nostro beneamato gioiellino ci lascia a piedi (ricordiamoci sempre del nostro motto: "Se partiamo seguiteci, se ci fermiamo spingeteci!"). E quindi si parte con certezza, ma incerto rimane l'arrivo. Non preoccupiamoci perché prima o poi si giunge alla meta.
Ricordiamo una sosta in quel di Ciano d'Enza (allora si chiamava così) nel piazzale centrale con Cesarino che in un'ora smontò cambio e frizione di un 509. Ricordiamo un'Ansaldo con problemi di surriscaldamento che durante un viaggio verso il nord-est si portò in cabina tanta acqua che veniva regolarmente versata nel radiatore durante la marcia.
Perché tacere l'ingloriosa fine del motore di un'Itala che esalò l'ultimo respiro a Castelnovo ne' Monti o di quel 501 che impiegò 2 ore per arrivare a Vetto, con alla guida Leardo e Mariano (più che "con alla guida" si dovrebbe scrivere "con la spinta di")? Per non citare i ritorni all'ovile sopra i vari automezzi di recupero o carrelli vari. O della patetica scena di quella Ford T che lasciò il cerchio della ruota anteriore destra su un gradino della salita che conduce a Dozza. Così inclinata sembrava un animale azzoppato in attesa del colpo di grazia. Colpo di grazia che non arrivò perché ogni "scudiero" cura amorevolmente la propria bestia.
Non tutti i raduni finiscono in guai, ma tutti finiscono con i piedi sotto un tavolo e la pancia piena. La gastronomia riveste una certa importanza nell'ambito del Museo, ma visti i ritrovi che si fanno altrove, direi che è un male (sarebbe meglio scrivere "un bene") tipico dell'ambiente dei veicoli d'epoca. Notevoli furono i pranzi a Ferrara, Ostiglia, S.Giacomo delle Segnate e le cene a Carpi, Fiorenzuola, Correggio. D'altronde si sa, non di solo pane vive l'uomo, ma anche di companatico.
Donne e motori, gioie e dolori: così diceva il vecchio saggio, ma spiegatemi quale dei due da gioie e quale i dolori. L'immagine del cavaliere a bordo di una Torpedo Blu che parte alla conquista della dama di turno rimane forte nel nostro modo di essere: non me ne vogliano le moderne femministe, lo so che i tempi sono cambiati, ma vogliamo rivivere i primi decenni del secolo quando l'emancipazione femminile non era così spinta (ho sentito un sospiro di rimpianto tra coloro che stanno leggendo queste righe).
E' per questo che abbiamo organizzato incontri come la "Valentina" di Casalgrande e l'elezione di Miss dell'Appennino a Castelnovo ne' Monti ed ogni vettura portava una dama, e che dama, quasi una fata.
E gli incontri con la cultura a Gualtieri, dentro Palazzo Bentivoglio o a Vignola sotto la scala del Barozzi o a Sabbioneta o alla Fondazione Magnani- Rocca dove arte e antica meccanica si fondono in una miscela di pensieri.
"Cogito ergo sum" diceva Cartesio e noi pure che qui siamo e viviamo, ma riviviamo tempi andati con le nostre baracchine e mi ricordo di Libero, il mio primo meccanico, che mi insegnò a usare chiavi e cacciaviti, dove appresi che esistevano anche le "brugole", parola da pronunciare piano perché dava l'impressione di essere una parolaccia. Mi insegnò che non era possibile fare "la sfogliata senza gli ovi" e anche in pensione mi insegnò cosa fare e cosa non fare mentre preparavo la macchina per la prossima escursione. "Quand te vé luntan, ricordet ed paser ded chè, c'at dag 'na guardeda al candeli" (quando vai lontano, ricordati di passare di qua che ti guardo le candele).
Veniva spesso Libero alle nostre cene e nel momento giusto se ne usciva con una sua poesia in dialetto sammartinese con la sagacia di chi ha avuto molte esperienze di vita.
Ai nostri raduni spesso arrivavano personaggi politici o dello spettacolo, i quali spesso non venivano trattati con l'enfasi dovuta alla loro posizione sociale, e devo dire che tantissimi sono entrati nello spirito della congrega del Museo divertendosi come non mai. Questo successe con Febo Conti, Sandra Milo, Renato Pozzetto, Henghel Gualdi, gli onorevoli Maria Vittoria Mazza e Rubes Triva, nonchè Ugo Bellocchi e l'on.Otello Montanari (quello del "chi sa parli") che in una serata d'estate si abbuffò di cipollotti raccolti dall'orto dello scudiero Renato Marchi e si prese il nomignolo di "onorevole cipollotto".
Ricordiamo anche raduni che hanno fatto storia come il rally dell'amicizia italo-yugoslavia del 1966 con 40 macchine del Museo per l'itinerario Gorizia, Lubiana, Zagabria. Il rally del Lido di Spina, il raduno di Spilimbergo nel 1978, con il paese ancora in ricostruzione dopo il sisma del Friuli.
E che dire delle manifestazioni diventate un "must" come l'elezione della Valentina di Casalgrande dove si elegge la miglior debuttante del Paese, ognuna accoppiata ad una vettura. Il "Perdono di Canossa" annuale uscita primaverile fin ai piedi del castello di Matilde a sgranchire motori e sospensioni con una ripida salita.
Le 100 Miglia che si svolgono su un percorso di 160 km (100 miglia) con partenza ed arrivo a San Martino.
Se partiamo seguiteci, se ci fermiamo ... spingeteci
La parte migliore rimane comunque il tragitto con tutte le incognite di far viaggiare automobili di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta e più anni che il pensiero razionale vorrebbe ferme in un museo, ma che noi, che razionali non siamo, facciamo girare. Posso confermare che spesso le persone più anziane ci fermano e ci raccontano aneddoti, fatti ed episodi della loro vita legati a quel tipo di automobile e spesso si commuovono pure. O che dire della gente friulana che alle nove di mattina ci fermava ad offrirci "l'ombretta" e rifiutare significava un'offesa mortale. O passare per strade poco frequentate di campagna e vedere i contadini che interrompono il loro lavoro per salutarci, offrirci una fetta di salame (sicuramente fatto in casa) in un reciproco scambio di valori forse sorpassati, ma mai estinti. Un pensiero va anche a Giove pluvio che memore della nostra umanità terrena non si commuove al nostro passaggio e a volte scarica acqua "che Dio la manda". Ma noi resistiamo e facciamo esattamente quello che fecero i nostri nonni: ci bagniamo. Sono molte le teorie che alimentano il gusto di viaggiare con la pioggia, la più diffusa teoria tecnocratica è che il sole danneggia le vecchie carrozzerie mentre la pioggia le riporta ad antichi splendori (a patto che non si tratti di pioggia acida).
Queste scarne righe non danno comunque le reali sensazioni di un viaggio antico, dove natura, amicizia, ricordi e buon vino si amalgamano nell'impossibile tentativo di fermare il tempo.
I raduni
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